Cold Hell 2

 

 

IL CAOS DI QUESTO MARCIO SISTEMA

 

6.00 del mattino, la sveglia.  Spreco un paio di minuti eterni. Devo. Non ho la forza, sono troppo stanca. Fuori dalla finestra la fitta nebbia invernale avvolge in un manto spettrale, ma impenetrabile, gli alberi nudi e sottili; il sole pallido filtra a malapena attraverso essi. Mezz’ora più tardi mi risveglio improvvisamente. Molto lentamente… molto lentamente,  mi infilo nella doccia. Mani invisibili mi tirano verso il letto. L’acqua calda scorre sul mio corpo.  Confortante. Penso di pensare a qualcosa che non è del tutto pensabile, come il nulla. E, credetemi…quella sorta di nulla lascia un peso nella tua mente. Striscio in cucina. Entrambi le palpebre pesano mezza tonnellata. Mescolo il caffè lentamente,  istintivamente… senza fermarmi: la mia altra mano riduce una fetta biscottata in frantumi. Poi la realtà, “Cazzo, sono in ritardo! il mio capo mi fotte!”

Fuori la morsa spietata del freddo mi stritola. Il vento gelido mi schiaccia. Guardo verso il suono sordo dei miei passi sull’asfalto usurato. Alzo lo sguardo notando che il mondo è spento. Le case sono contorte in un silenzioso e straziante grido. Sorpasso persone che come me, sono rigide come tronchi d’albero, le mani nelle loro tasche, il respiro affannato.  Cammino sigillata in una bolla di pensieri turbolenti. Comincio a tossire per lo smog delle auto strombazzanti in coda. Puoi gustare l’ansia nauseante delle componenti umane.

Quindi penso quanto cazzo sarebbe bello il mondo senza queste fottute macchine.

I loro cuori, più freddi dell’inverno, vittime androidi comandati dai loro stessi cellulari mi sfrecciano accanto a una velocità indicibile. I loro volti sono tesi, fissi in una sola identica espressione di paura, o forse di disgusto…  o forse, ancora peggio, fissi in una maschera… senza identità e senza calore. Soltanto un leggero tocco sarebbe sufficiente per romperli. Se solo uno di quei telefoni cade dalle loro mani il rumore secco da esso effuso colpendo la terra potrebbe far esplodere le loro teste. Tutto d’un tratto mi sento come se fossi a rallentatore. Riesco a percepire il flusso del tempo che si arresta. Il mondo delle macchine e dell’intelligenza artificiale si scarica. Mi sento invisibile, oppure molto solida, inserita in questo mondo virtuale dove la gente esiste controllata come burattini dal Grande Hacker nel cielo che preme qualche tasto. Al lavoro lascio il caos, le strade ghiacciate, e entro in un altro mondo altrettanto caotico e altrettanto gelido, dove la mia vita viene assorbita, la mia libertà digerita  sotto la supervisione degli occhi affamati del capitalismo. L’odore aspro di metallo mi toglie il respiro. E devo sempre dire “si”…così… così come un fottuto robot…le mie manette invisibili, fanno sanguinare i polsi… infinita tristezza… infinita confusione…infinita rabbia. Mi chiedo cosa succederebbe se il Grande Hacker si stancasse di giocare. Il mondo si fermerebbe? Oppure sarebbe liberà?” Domande inutili. Non devo fermarmi a pensare, devo solo lottare.

Elena Caldera

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6.00 am, the alarm clock. I waste two eternal minutes. Must. I haven’t the strength, too tired. Out the window the thick winter fog wraps a ghostly but impenetrable mantle over bare, thin trees, the sun pale; barely seeping through.

Half an hour later I suddenly wake up. Very slowly… very slowly, I slip into the shower. Invisible hands are pulling me back to bed. The hot water flows over my body. Comfort. I  think I think of something that is not quite thinkable, like nothing. And, believe me… that sort of nothing leaves a weight in your mind.

Crawl to the kitchen. Each eyelid weighs half a ton. Stir the coffee slowly, instinctively … without stopping: my other hand reducing a rusk to small pieces. Then reality, “Fuck! I’m late! My boss is going to bugger me!”

Outside the merciless cold grips me. The icy wind crushes me. I look down at the dull sound of my footsteps on the worn tarmac. I look up and notice the world’s switched off. The houses’ faces contorted in a silent heart-breaking shriek. I pass people just like me, stiff as tree trunks, their hands in their pockets, short breathed. I walk sealed in a bubble of turbulent thought. I start coughing out the smog from the queues of honking cars. You can taste the sickening anxiety of the human components.

Then I think how fucking beautiful the world would be without these fucking machines.

Their hearts, colder than winter, victim androids directed by their mobile phones flash past at indescribable speeds. Their faces are tense, fixed in a single identical expression of fear, or perhaps of disgust… or perhaps even worse, fixed in a mask… without identity and without warmth.  Just  a soft tap would be enough to break them. If just one of those phones falls from their hands the sharp sound of it hitting the ground could blow all their heads off…

All of a sudden I feel as if I were in slow motion. I can sense the flow of time about to stop…. the world of machines and artificial intelligence running out of power. I feel invisible, or else very solid, inserted in this virtual world where people exist as puppets controlled by the Big Hacker in the sky hitting some key.

At work I leave the chaotic, ice cold streets, and enter another equally chaotic and equally icy world, where my life is absorbed, my freedom digested supervised by capitalism’s hungry eyes. The bitter smell of metal takes my breath away. And I must always say “yes” … so… so like a fucking robot … My invisibly shackled wrists bleed…. endless sorrow… endless confusion… endless anger.

I wonder what would happen if the Big Hacker gets tired of playing. Will world stop? Or is that freedom?” Useless questions. I must not stop to think, just struggle.
Trans. Mike Lesser

 


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